Messaggio del Parroco

Carissimi, 
celebriamo questa domenica la sagra di San Rocco, poi toccherà a Maiano che venera Santo Stefano primo martire cristiano. Le sagre sono feste che hanno un forte riferimento religioso, ma sono anche espressione di un bisogno identitario che evidenzia l’appartenenza ad una realtà sociale come è quella di un paese o di un Rione cittadino. Per quanto la vita sia cambiata, la mobilità cresciuta, differente il modo e il senso dell’abitare, la composizione sociale stessa trasformata, la sagra resta un momento più o meno “sentito” che intende rinsaldare il legame con le proprie radici, la propria storia, ma anche i rapporti tra coloro che, per vicinanza abitativa, più facilmente s’incontrano, si frequentano e si conoscono diventando amici, buoni vicini, costruendo il primo livello, dopo la famiglia, di quell’intreccio fatto da legami sociali che sono importanti per tutti, per non dire essenziali. Ci si trova nello stesso bar sotto casa a discutere di calcio o di quel che succede in giro, fuori dalla medesima scuola per attendere all’uscita i propri figli, alla pensilina per salire sul pullman e rag-giungere come pendolari il posto di lavoro lontano da casa. Ci si incrocia per strada, ci si saluta dalla finestra, i bambini giocano insieme in cortile. Se si è cristiani si frequentano abitualmente la stessa chiesa e lo stesso oratorio. Ogni realtà ha la sua storia da raccontare, le proprie tradizioni e abitudini. Da qui nasce comprensibilmente anche una certa resistenza alla novità che tuttavia, quando suggerisce un cambiamento necessario, utile, deve essere superata, scoprendo l’identità e l’appartenenza non co-me una gabbia, ma un approdo sicuro da cui partire e a cui ritornare per diventare cittadini del mondo protesi al futuro. L’identità vera non può mai e non deve essere costruita in op-posizione a qualcuno. Se anche ci sono motivazioni storiche che possono aiutare a comprendere l’atavica dialettica tra “San Rocco” e la “Piazza”, bisogna prima o poi decidersi a porvi fine se siamo cristiani credibili e quindi convinti di essere real-mente tutti fratelli in Cristo. S. Paolo dice che in lui, in Gesù, che ha fatto dei due un popolo solo (cf Ef 2,14), non esiste più né uomo, né donna, né giudeo, né greco, né schiavo o libero (cf Gal 3,28) e noi possiamo continuare ad alimentare una insensata rivalità? A chi mi dice che è sempre stato così a Sant’Angelo e che ci vorranno generazioni per poterla risolve-re dico: “Proviamoci… Cominciamo!”. Perché mentre noi stiamo a discutere di qui e di là, noi e loro, è mio è tuo, non ci rendiamo fino in fondo conto che altri stanno arrivando, crescendo di numero fra noi e con i quali dobbiamo trovare la via per una convivenza rispettosa, pacifica, così da costruire un futuro possibile e condiviso per la nostra città. In genere i ponti sono simboli di unificazione, solo qui a Sant’Angelo, i ponti sul Lambro sembrano sancire una distanza incolmabile, sia quello che permette di passare dalla Piazza al Rione S. Rocco, sia quello che si deve attraversare per Maiano. Il progetto di Comunità Pastorale si iscrive in questa realtà, finendo per scontrarsi inevitabilmente con essa, ma diventando anche occasione propizia per fare un passo in avanti nella giusta dire-zione. Fino a che le parrocchie non sono state erette, S. Angelo, pur divisa, è sempre stata un’unica comunità parrocchiale. Qualcuno ha insistito nel voler a tutti i costi separarsi dalla Basilica, ma oggi appare chiaramente che quella fu una scelta poco lungimirante fatta qui come altrove. L’attenzione al particolare, non ha bisogno di perdere di vista l’orizzonte, l’insieme. Oggi si è costretti a capirlo per via dei cambiamenti epocali in atto che stanno trasformando i nostri paesi e le nostre comunità cristiane. La sfida è quella di unire senza massificare, ma avendo cura di tutti, valorizzando ciò che distingue, ma non divide. È chiaro che è più facile disegnare confini, spartirsi i compiti e dire noi di qui e voi di là. Fare insieme non è mai un’operazione facile e bisogna crederci fino in fondo, convinti che non è una minaccia alla propria identità o il venir meno di una cura e di un’attenzione che ci si sente di meritare. Il ricco programma religioso e dei tanti altri appuntamenti di animazione fanno intravvedere una vitalità che potrebbe continuare, seppure con un ritmo più disteso, durante l’anno. Invece di pensa-re a come risultare più bravi degli altri e poi convincersi di essere trascurati e valere di meno, sarebbe di gran lunga più conveniente dimostrare a sé stessi che volendo, insieme, si possono realizzare tante belle cose e ravvivare le nostre comunità e i nostri quartieri che ne hanno un gran bisogno. C’è una potenzialità latente che stenta a venir fuori come imprigionata da un malefizio. L’amore per la propria comunità, per i propri figli, la gratitudine verso chi ci ha preceduto e ci ha lasciato in eredità tutto ciò che oggi possiamo rivivere, celebrare, usare, senza temere di rinnovarlo e di guardare avanti, deve vincere sulla delusione, il rimpianto, la stanchezza, la pigrizia, i timori e le perplessità. I nostri Patroni ci ricordano la fedeltà dell’A-more di Dio che è per sempre. Cambiano tante cose: Lui resta, Lui è l’unico veramente affidabile a cui donare il nostro tempo, le nostre energie, il nostro impegno. Coraggio dunque, che questi giorni di festa servano a risvegliare il cuore di molti, a riportare tanti in Chiesa e all’Oratorio perché siano riferimento, crocevia, luoghi dove potersi incontrare, dialogare, costruire legami veri, crescere nell’amicizia e nel rispetto reciproco, imparare a prendersi cura di chi ne ha bisogno. A tenere insieme la maglia, a ricucire gli stappi e rammendare le smagliature c’è il Signore. È la nostra certezza, il dono più grande che abbiamo ricevuto e siamo chiamati a condividere. Chi ci tiene insieme è lui e se è lui a tenerci insieme riusciremo a vivere la comunione che ci unisce senza annullare le diverse realtà, ci fa sentire unici senza creare separazioni e divisioni tra noi.
Il vostro Parroco