Messaggio del Parroco

Carissimi, 
ormai “fare penitenza” è qualcosa che sentiamo distante anni luce dalla nostra sensibilità. Ci apre uno spiraglio su un passato oscuro, da cui siamo contenti di esserci liberati, fatto di autoflagellazioni e cilici (che, son convinto, molti non sanno nemmeno cosa siano), rinunce che solo una mente al limite di una religiosità patologica poteva sopportare o perfino imporsi. Noi crediamo nel Dio della vita, nel Dio della gioia che non può volere che noi ci facciamo del male, anche solo rinunciando a qualcosa di superfluo, a qualche comodità, dato che poi la vita, di suo, è già faticosa per tutti. La questione la sbrighiamo via alla svelta: “Erano altri tempi!”. Sì, è vero, erano altri tempi e il livello di sopportazione di alcune privazioni era certamente diverso dal nostro, visto che tante cose che oggi diamo per scontare un tempo non lo erano. Oggi ci sembra una rinuncia superata evitare la carne il venerdì, mente un tempo se ci si poteva permettere la carne un giorno la settimana era già un lusso. Va certamente ricordato, ad onor del vero, che per tutta una serie di ragioni, rispetto ad oggi, il corpo non godeva della stessa considerazione dello Spirito, quasi fosse una parte meno nobile, persino da soggiogare, da mortificare per dare allo Spirito la capacità di liberarsene. Una concezione, quest’ultima, più platonica che cristiana e che può portare all’idea che il corpo va maltrattato per riuscire a vincere le sue passioni carnali e peccaminose, così da elevare lo spirito a Dio, dimenticando forse che, come ha detto Gesù, è dal cuore dell’uomo che scaturiscono le cose cattive. Come spesso succede, si butta via il bambino con l’acqua sporca e da un eccesso si è passati all’altro. Un tempo forse si dava troppo valore e spazio al fare penitenza, accentuando un’idea di vita cristiana come lotta contro il male e dunque contro le passioni che si agitano in noi, da inibire, da comprimere, da vincere. Oggi invece ci sembra inutile e persino assurdo che si debba fare forza a noi stressi, rinunciare a qualcosa che non è un male, anzi ci procura piacere, solo per un malsano esercizio di rinuncia, di privazione. Così il digiuno a cui siamo tenuti il Mercoledì delle Ceneri e il Venerdì Santo è diventato ormai una barzelletta, mentre il magro di venerdì un retaggio del passato a cui in pochi prestano attenzione persino in Quaresima. Occorre certamente chiarire che ogni penitenza, ogni rinuncia non ha senso se fatta per sé stessa, se fatta per compiacere sé stessi o per mettersi in mostra. È giusto anche ricordare il suo valore strumentale rispetto alla “penitenza” interiore che essa può solo manifestare e nello stesso tempo aiutare. Come gli stessi profeti ricordano ad Israele, il vero digiuno è dividere il pane con l’affamato e quindi fare il bene vale più dei sacrifici. Confermate tutte queste cose però, non possiamo concludere che fare penitenza sia un impegno superato o peggio ancora insensato. Senza cadere in eccessi e fraintendimenti, l’impegno che coinvolge la corporeità nel nostro cammino spirituale di purificazione e di conversione resta invece essenziale. Il primo motivo è proprio legato al fatto che per noi corpo e anima non sono due elementi separati e contrapposti, ma sono entrambi parte della nostra natura di spiriti incarnati. Un cammino spirituale che lasci fuori la dimensione del corpo, non appartiene alla visione cristiana dell’uomo. Proprio per questo legame, la penitenza interiore necessita di quella esteriore e il cammino che intendiamo compiere per cercare di corrispondere sempre più e sempre meglio al Signore riguarda certamente il nostro spirito, la nostra anima, ma anche il nostro corpo. Un corpo che deve essere conosciuto, ascoltato, per essere educato, perché le sue esigenze non prevarichino sulla nostra libertà, impedendoci di scegliere ciò che è bene e non semplicemente appagante. C’è una ragione, una libertà e una volontà che debbono esprimersi rispetto al semplice istinto, che pure ci appartiene, e che dando un orientamento, un senso consapevole e deliberato, rendono umana la nostra esistenza, rispetto a quella animale. La nostra fede non può ridursi ad una adesione interiore a ideali e valori che non coinvolgono per intero la nostra vita e quindi anche le nostre passioni, le esigenze e i richiami che vengono dal nostro corpo, considerando pure quella concupiscenza, retaggio del peccato, che purtroppo ci inclina al male. Fare penitenza ha ancora un senso se collocata dentro un autentico cammino di conversione, mosso dall’amore e dal desiderio di corrispondere con tutto noi stessi a Dio che vogliamo venga prima di ogni cosa. Non per la “sofferenza” che ci procura, ma per l’amore che significa, ogni rinuncia, ogni mortificazione che scegliamo potrà aiutarci nel cammino di conversione e di perfezione a cui in modo del tutto singolare il tempo di Quaresima ci richiama. Non c’è bisogno di essere dei santi o dei mistici per capire che rinunciare a un po’ di televisione, a un po’ di cellulare e social, a un po’ di fumo, di vino o golosità, ai cosiddetti “piaceri carnali”, a qualche acquisto inutile, a qualche distrazione o comodità non può farci che bene, disintossicandoci da tutto ciò che può farci dimenticare che “non di solo pane vive l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio”.
 Il vostro Parroco